giovedì 30 maggio 2013

Il Cerchio della Legge 6

Il Cerchio della Legge 6

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Ogni Danzatrice/ore era vestito con grandissima cura. Indossavamo tutti una gonna variopinta –noi che arrivavamo dall’Europa ci eravamo portati appresso le tre gonne e le tre camiciole, una per ogni giornata di Danza, avendole scelte con grande attenzione- ed avevamo i ciuffi di piume bianche appesi ai mignoli ed il fischietto di tibia d’aquila (spesso di tacchino) appeso al collo, anch’esso ornato di piume bianche. Al primo colpo di tamburo ognuno avrebbe messo in bocca il fischietto ed avrebbe stretto fra pollice ed indice i due ciuffi, pronto a partire per la danza.
Perlustravo con lo sguardo il sentierino che avevo davanti, il mio sentierino, in una attentissima ricerca di pietroline e sassetti e spunzoncini di legno ed altri ostacoli che, per microscopici che fossero, avrebbero duramente offeso i piedi scalzi ed affaticati. E’ duro doverlo ammettere, ma per quanto ci si possa immergere nella danza, per quanto il messaggio subliminale sia “Spirito, Spirito!”,  quando il piede si posa pesante su qualcosa di appuntito ogni attitudine di devota di preghiera evapora, trascinata chissà dove dalla fitta dolorosa che il corpo deve assorbire senza fermare il ritmo, senza imbarazzare gli altri danzatori.
La mia prima danza fu anche la prima per tutta la tribù, e mentre la struttura generale della cerimonia era ben nota ai capi, così come eran pronte quasi tutte le decorazioni e simboli come la grande testa di bisonte, le frecce, il tee-pee, ecco che il terreno della danza era invece tutto da preparare: ognuno di noi per un’intera giornata si ritrovò a cercare e rimuovere pietruzze e ramoscelli dai futuri sentierini. Ma è un genere di lavoro che non raggiunge mai la perfezione, e certamente durante quella prima danza la perfezione rimase ben lontana dal realizzarsi, come potevano testimoniare i nostri amati piedi che ancora temevano ogni sporgenza in agguato. ***
Il primo colpo dell’immenso  tamburo risuona nella valle, possente e profondo. I piedi reagiscono subito cominciando a muoversi sul posto. Il tamburo stabilisce il ritmo, colpo forte e colpo più leggero: il ritmo del cuore. Poi i Medicine Singers introducono la canzone che han deciso di cantare, invocando le dee/dei delle quattro direzioni: “Cheemah, Ehama, Morealah, Wehoma! Yah-ha-dee-Yaha!”.   Comincia la canzone, con quella speciale energia che caratterizza tutte le canzoni della Sun Dance e che è disegnata per sostenere i danzatori da innumerevoli generazioni.  Mi lascio trasportare dal ritmo e dal canto, una breve e rapida corsa verso il giovane albero al centro dove mi fermo un attimo sotto le fronde continuando la danza sul posto, soffiando nel fischietto che emette un acuto sottile simile al grido dei falchi, ed accarezzando le foglie a forma di cuore con i ciuffi di piume bianche. Benedico quel pochino d’ombra che il giovane pioppo riesce a distribuire, respiro nella sua piccola atmosfera appena un po’ più fresca di quella circostante. Un rapido cambio di intenzione nelle voci –il ritmo rimane inalterato- e ripercorriamo senza voltarci il sentiero alle nostre spalle, molto più lenti e concentrandoci sul ritmo dei fischietti, che riflette quello del tamburo e dei nostri passi che retrocedono. Una brevissima sosta sotto la protezione delle capannucce e via un’altra corsa verso l’albero. Il caldo è quasi insopportabile ed il sudore evapora prima di formarsi, almeno quel poco che i nostri corpi disidratati riescono a spremere. La segatura con cui all’inizio abbiamo coperto i sentierini (comodità che non avevamo nella prima danza) è ridotta in polvere,  i fischietti sono incollati alle labbra da una schiumetta che sigilla la bocca, i piedi saltellano sul posto senza sosta, pronti a partire. La canzone è come un respiro, il tamburo ha il ritmo del cuore, ùno-due, ùno-due, si corre veloci e si ritorna pian piano, si lasciano andare pensieri, dolori, vesciche, disagi, sete e fame e si danza verso l’albero, e si ritorna, e si danza, e si ritorna. La durata di una canzone varia a seconda della percezione del o della Medicine Singer. I Medicine Singers, come ogni capo cerimoniale addestrato nelle cerimonie di propria competenza, sono in grado di avvertire le sfumature energetiche che aleggiano sul terreno della danza, e modulano la forza del canto e l’intensità del ritmo osservando accuratamente le condizioni dei danzatori. Ma per quanto possa variare, una canzone non dura mai meno di una mezz’ora, e le canzoni son quasi sempre quattro. Dunque la danza, in ogni sua sessione durante la giornata, dura un paio d’ore. C’è tutto il tempo per passare attraverso numerosi strati di consapevolezza e per esplorare molti stati d’animo: proprio il lavoro che occorre fare per cominciare ad avere accesso alle parti profonde del nostro essere, alle nostre credenze, i nostri valori, il nostro senso della missione.

sabato 25 maggio 2013

Il Cerchio della Legge 5

Il Cerchio della Legge 5


         Come ogni cerimonia, la Danza del Sole –di cui esistono almeno due versioni che io conosca per avervi partecipato- è abbastanza semplice nel suo svolgimento, ma molto complessa e sofisticata nella sua preparazione. Esiste un aspetto logistico che deve tener conto di migliaia di particolari, e le Cape e Capi che dirigono le attività si aspettano –ed in effetti esigono- che ogni persona coinvolta sia costantemente al più alto livello di energia possibile. Urla, confrontazioni, allontanamenti dal cerchio sono all’ordine del giorno. Gli attrezzi devono essere in perfette condizioni, puliti, affilati ed ordinati nella loro postazione dedicata, e lì devono tornare quando non sono in uso. Ognuno deve essere equipaggiato con protezioni adatte –cappelli, creme solari, guanti. Bisogna essere attivi nelle due attenzioni: quella relativa al compito specifico che si sta svolgendo e che implica professionalità e sicurezza, e quella che, con racconti, canzoni, insegnamenti e ramificazioni pertinenti, mantiene il contatto e la consapevolezza fra i lavoratori. E’ molto facile, facendo un lavoro fisico, concentrarsi solo su di esso come se il resto del mondo non esistesse, privilegiando l’aspetto fisico dell’attività e dimenticandosi dell’aspetto spirituale, od emozionale, o mentale. Ma quelli che, come noi, stavano lavorando al riequilibrio del proprio cerchio personale attraverso lo studio delle Ruote di Medicina dovevano esercitarsi a mantenere accese tutte le risorse, soprattutto nella creazione del terreno cerimoniale. Un martello, per esempio, non è un semplice attrezzo inanimato e qualunque. Possiede infinite qualità che lo collegano al resto dell’universo: in un certo senso, è un nostro simile, e come tale va trattato. Ha una forma, un peso, una funzione; il suo manico di legno un tempo era parte di un albero. Quale albero? Perché faggio e non abete? Il suo ferro è stato fuso e formato: come? Sapremmo farlo, noi, un martello? E così via, ordinatamente scambiandoci punti di vista ed informazioni, disciplinandoci nel non cedere all’ottundimento indotto dalla ripetitività dei gesti o dal calor bianco che calcinava il terreno della danza.
I Medicine Singers arrivarono in gruppo su un pick-up azzurro che si fermò prima dell’ultima discesa che sfociava nella valletta. Per non sollevare troppa polvere e per manifestare rispetto verso i danzatori, i singers scesero a piedi lungo il sentierino serpeggiante nel bosco, e presero posto intorno al grande tamburo che avrebbe ritmato e dato impulso alla prossima danza. Una tenda sospesa copriva il gruppo ed il tamburo, proteggendo tutti loro con un’ombra gentile: noi danzatori eravamo invece in pieno sole, ognuno al suo posto all’inizio del proprio percorso di danza.     
Ciascuno impugnando la bacchetta con cui avrebbe battuto il tempo sul tamburo, ciascuno con il cappello a tesa larga ornato di piume e nastri e con una meravigliosa bottiglietta d’acqua un po’ nascosta (non bisogna mai distrarre gli assetati danzatori sventolando l’oggetto del loro desiderio), i sei Medicine Singers lanciarono qualche battuta per alleggerire l’atmosfera, ben sapendo che l’humor è il magico ingrediente in grado di trasformare e focalizzare gli stati d’animo. Ognuno di loro aveva partecipato ad almeno una Danza del Sole, nel corso del suo apprendistato, e dunque conosceva bene la confusa e rutilante situazione interiore di ogni danzatore alla fine della seconda giornata. Era il momento in cui si affievoliva il tormento della sete, del digiuno e della stanchezza e cominciava a far capolino uno stato di sovrattempo, dove non c’era spazio per il pensiero organizzato nè per una soverchia attenzione alla propria realtà fisica: liberato dalle pastoie della autocommiserazione e dei dubbi infiniti lo Spirito di ogni Danzatrice e Danzatore tentava timidamente di affacciarsi alla soglia della consapevolezza, e da lì, si sperava, avrebbe cavalcato il ritmo del tamburo e volato spinto e sostenuto dalle voci che all’unisono cantavano le antiche canzoni che da tempo immemorabile avevano accompagnato ogni Danza ed ogni battaglia per la guarigione dall'ignoranza.

giovedì 2 maggio 2013

Il Cerchio della Legge. 4

Il Cerchio della Legge. 4


         “Nel Cerchio della Legge si discutevano le nuove leggi, quelle che via via la tribù riteneva opportuno darsi. Quando un membro della tribù pensava che una nuova legge fosse necessaria, cercava di farsene un’immagine chiara in modo da poterla descrivere e spiegare, e poi la presentava ai Law Dogs, cioè le Cape ed i Capi della Legge, ed i suoi guardiani. I Law Dogs erano i conoscitori di tutte le leggi della tribù, oltre che delle grandi Leggi Naturali e delle Leggi  Sacre. Il loro compito, quando veniva loro presentata la proposta di una nuova legge, consisteva nel vagliarne l’originalità e la congruenza con le altre leggi preesistenti: oggi si direbbe che ne valutavano la costituzionalità. Ogni proposta doveva naturalmente armonizzarsi con le due fondamentali Leggi sacre: ‘Tutto nasce dalla Donna’ e ‘Nulla sarà fatto che possa nuocere ai bambini’.
         “Avuto, per così dire, il nulla osta dei Law Dogs, la nuova legge veniva introdotta per la prima volta nel Consiglio passando dalla Porta dell’Est, la Porta dello Spirito, dove sedevano i due Capi adolescenti, maschio e femmina: era compito loro presentare le nuove leggi affinchè venissero discusse. Spesso erano loro stessi, gli adolescenti, ad individuare nuove leggi che rispondessero alle nuove esigenze della tribù: in fondo questa è proprio una delle caratteristiche dell’adolescenza, di esser sensibile ai cambiamenti delle circostanze e desiderosa di rinnovamento.  L’energia della giovane età e la libertà di pensiero che caratterizzano quel periodo della vita consentono di aver punti di vista ed opinioni originali, spirito di osservazione e spinte esplorative che più tardi possono affievolirsi in routines consolidate. Ma i nostri antichi e le nostre antiche sapevano molto bene che una società che non ascolta i suoi giovani è destinata a rattrappirsi intorno ai vecchi fuochi morenti, e dunque erano i giovani a sedersi nella direzione dell’Est, il luogo della creatività, della luce, della sessualità, dell’energia del sole nascente, ed erano loro a presentare al consiglio la nuova legge.”
         C’è un momento in cui una brava insegnante si accorge che il vaso dei suoi discepoli è pieno e che non è più in grado di accogliere e trattenere ulteriori informazioni. Inoltre esiste una procedura, nel trasferimento di nozioni magiche, per cui è opportuno lasciare a chi ascolta la possibilità di immedesimarsi nel racconto e di seguirne lo svolgimento ‘nel sogno’. Eravamo ridiventati tutti adolescenti, a questo punto, ed il nostro inconscio avrebbe elaborato nuove leggi necessarie al nostro cerchio interiore, al nostro personale sviluppo. Ma per il momento Swan aveva deciso che eravamo saturi e che era tempo per noi Dancers di rientrare nel cerchio della Danza e prendere le rispettive posizioni, pronti per l’ultima danza della giornata. La conca in cui sorgeva la struttura cerimoniale era torrida ed immobile, ed io cercavo di ripararmi meglio che potevo dai raggi del sole pomeridiano che riuscivano ad infilarsi fra le foglie della fragile capannuccia di cat-tails e piante palustri –ogni danzatore aveva un simile rifugio- situata all’inizio del mio percorso di danza. I vari percorsi convergevano in linea retta verso i due pioppi cottonwoods che erano stati piantati qualche anno prima proprio a quello scopo e che rappresentavano la meta della corsa di ciascun danzatore e danzatrice.

domenica 28 aprile 2013

Il Cerchio della Legge 3

Il Cerchio della Legge 3



         Al rinnovato ricordo dell’antico dolore gli occhi di Swan sembrano inumidirsi, perché così siamo fatti, ed a volte possiamo rintracciare l’emozione legata ad un evento da tempo scomparso, per riviverla e rinnovarla. E la perdita di tante persone di Medicina che con la loro morte permisero il transito della conoscenza attraverso ed oltre le tribù ostili fino a trovare territori amichevoli, viene ricordata ad ogni Danza del Sole. Certamente, ad ogni Danza cui ho partecipato io.
         E’ strano osservare quell’accenno di commozione increspare lievemente gli esotici tratti del bel viso di Swan: di solito la sua algida bellezza incastona uno sguardo più tagliente che carezzevole, e l’emozione che traspare più evidente è una gelida rabbia che lei usa per rinforzare le confrontazioni di cui è maestra. In effetti, nella nebbia della mia stanchezza profonda aleggia il dubbio che quella manifestazione di pietà antica sia elicitata ad arte, dubbio subito messo a tacere dall’ortodosso pensiero: ”Sono qui per imparare, non per criticare. Sono un Danzatore, non un esegeta”.
         Swan allontana i capelli che una leggera brezza ha scomposto, e continua:
         “Le quattro Frecce della Legge venivano portate nel cerchio, e spezzate. Questo gesto simboleggiava la necessità che ogni legge della tribù fosse periodicamente ridiscussa ed eventualmente rinnovata. Nessuna legge poteva rimanere valida oltre il periodo stabilito di quattro anni senza essere riesaminata. Le circostanze cambiano, le persone mutano idee ed interessi, le leggi col tempo cessano di rappresentare le vere necessità della tribù e diventano ostacoli ad un equilibrato governo. Nulla nella grande Danza della Vita rimane inalterato, figuriamoci le leggi umane.”
         L’argomento è affascinante, e Swan ha una presenza carismatica di grande potere, sotto le grandi madronas che abbracciano la radura ed a loro volta ascoltano rapite. Swan ha il buon gusto di non attingere dalla bottiglia d’acqua che tiene appesa al fianco, in una fondina da revolver. Ciò non ostante il mio sguardo ogni tanto vi si fissa, sulla bottiglia, distraendomi dal sacro discorso, ed io avverto crampi di desiderio provenire dalle mie cellule che da due giorni non ricevono acqua. Guardo la cima dei cottonwoods e delle madronas che si stagliano contro un cielo di zaffiro intenso e privo di nuvole, cerco di connettermi con gli alberi per sentirne l’effusione umida, per assorbirne l’aura tremante.
“Dancers!”  Swan ci richiama spesso perché sa che la concentrazione tende a svanire quando si è molto stanchi, e sa anche che quando si è alterati come succede nelle cerimonie viene naturale ‘entrare nel sogno’, cioè in quello stato di veglia sovrattempo che a volte è foriera di piccole e grandi illuminazioni, ma altre volte offre spazio per distrazioni fantastiche che al momento sarebbero inutili.
Siamo seduti sui nostri tappetini e tentiamo di esercitare la seconda attenzione, quella che permette di essere presenti all’insegnamento pur riposando profondamente.

lunedì 22 aprile 2013

Il Cerchio della Legge. 2

Il Cerchio della Legge. 2


         “Il Cerchio della Legge è stato disegnato e sviluppato  dalle tribù Iroquois, e rappresenta la prima forma di democrazia conosciuta. Nel Cerchio della Legge si distinguono otto posizioni, ed in ogni posizione siedono due Capi, una Capa Donna ed un Capo Uomo. Nel mondo dei nativi americani,  era impensabile che a qualsiasi discussione di qualche importanza non partecipasse un numero equilibrato di donne ed uomini. Sapevano che decisioni equilibrate non possono esser prese che da Consigli equilibrati. E siccome il Cerchio della Legge era il Consiglio dove venivano discusse le Leggi, e visto che le Leggi avrebbero influenzato la vita di tutta la tribù, era fondamentale che il consiglio fosse equilibrato. Il consiglio si riuniva ogni quattro anni –a tutt’oggi negli Stati Uniti l’incarico presidenziale viene rinnovato ogni quattro anni- e vi venivano presentate le quattro frecce della Legge, portate attraverso una porta come quella che abbiamo costruito per la Danza.”  Swan si volta verso il portale che simbolicamente chiude l’area dove si danza e si inchina leggermente: è una Porta della Vittoria, un grande Pi greco di grossi pali decorati di foglie e fasci di cat-tails, le piante acquatiche che durante il secondo giorno vengono portate a grandi mazzi nel campo in modo che i Danzatori possano ricordarsi del valore dell’acqua, ed assorbire un po’ dell’umidità che generosamente i cat-tails effondono. Quel portale è l’unica apertura da cui è consentito passare durante i quattro giorni e le quattro notti della Danza.
         “L’ingresso delle quattro Frecce della Legge, bianca, nera, rossa e gialla, colori specchio dei poteri delle quattro direzioni, era salutato dai giovani guerrieri, nel nostro caso giovani impegnati nella grande battaglia per lo Spirito, per la Sé ed il Sé.
         “La battaglia per lo Spirito non ha fine, e nel suo svolgersi conosce vittorie e sconfitte, ed molti sono i caduti. Furono le popolazioni Maya in fuga dalle invasioni europee del Messico ed adiacenze che molto tempo fa portarono le Sacre Frecce della Legge, e con esse la conoscenza delle Ruote di Medicina a Nord, attraverso le immense pianure nord americane: chi le portava erano le avanguardie, persone di Medicina che avanzavano in territori ostili, senza armi perché era essenziale che fosse chiaro il loro intento pacifico, ed ogni persona di Medicina era seguita da una sola guerriera, o guerriero,  le cui armi servivano esclusivamente alla caccia. Avanzavano nonostante le perdite, pur sapendo che l’avanzare della civiltà e della libertà è sempre osteggiato dai primitivi che fondano le loro vite e le loro società sull’asservimento dei più deboli, sulla guerra e sulla schiavitù.
        
         “Eppure, sia pure attraverso il sacrificio di tante persone di Medicina, la filosofia spirituale delle Ruote di Medicina si fece strada nei cuori e nelle menti delle tribù semiselvagge del Nord, fino ad incontrare altre genti che avevano sviluppato una civiltà basata sull’equilibrio dello Spirito e della Materia, di cui avevano individuato la natura comune. Ma affinchè questo matrimonio potesse avvenire e le Ruote di Medicina trovassero una nuova fertile sede, dovettero cadere molti scudi di salice dai simboli colorati, portati alti in segno di pace. Fu da questo magico incontro nacque il Cerchio della Legge”

sabato 20 aprile 2013

ll Cerchio della Legge

Il Cerchio della Legge, 1



         Eravamo esausti, ben più di quanto fossimo mai stati prima nel corso delle nostre vite. Io ero uscito dal cerchio della Danza in uno stato di trance, guidato dal desiderio dell’ombra e dal miraggio di quei tenui aliti d’aria che ogni tanto percorrono i sentieri fra gli alberi, anche nelle estati più torride. Raggiunta la zona d’ombra ero precipitato al suolo cominciando a riposare già durante il breve viaggio da eretto a prono. Le braccia abbandonate, la guancia posata su foglie e rametti, ghiande e sassolini. Oblìo, respiro, zanzare, oblìo. Ma non ore di oblìo, bensì pochi minuti, forse un quarto d’ora. Poi ecco avvicinarsi l’antipatico rumore del quad di Swan, che segnalava la fine del dolce riposo: ci volevano ancora uno o due minuti prima che il rumore ci raggiungesse, facesse il giro della radura e si fermasse un po’ più in là, dando a Swan il tempo di aggiustarsi la casacca dorata ed il cappello e di prendere la cartellina con i fogli della storia del giorno. I quegli ultimi istanti occorreva raccogliere le forze, disperdere le nubi e sedersi a gambe incrociate sul posto, assumendo un’aria attenta ed interessata, come se del dolce letto di foglie non ci importasse più niente, adesso che erano arrivati gli insegnamenti. Ed in effetti l’insegnamento di oggi sarebbe stato uno dei più importanti, uno dei più antichi e sofisticati.
        
         “Good afternoon, Dancers!”  Swan non era molto alta, ma il suo portamento, la cura del trucco, la sua bellezza elfica e la sicurezza con cui muoveva ogni passo e pronunciava ogni parola ne facevano una figura di rilievo. Anche il ruolo che ricopriva nella piccola tribù le conferiva un’aura che potere che richiedeva rispetto ed attenzione. Dopo il capo supremo Swan era il primo ufficiale, insieme a Falcon, ed entrambi, come da tradizione nativa americana, erano in posizione di potere assoluto.
         “Dancers!” Il suo sguardo era rivolto verso di noi, ma non si fermava su nessun viso e non si focalizzava su alcun dettaglio. Compito di Swan in quella circostanza era di sentire l’energia, di percepire quale sarebbe stato l’approccio che meglio avrebbe permesso alle complesse informazioni che stava per darci di farsi strada nelle menti del gruppetto di dieci danzatori e danzatrici seduti all’ombra delle madronas, alterati da due giorni di digiuno da cibo e acqua, sempre danzando sotto il rovente sole della California del Nord.
          Eravamo al tramonto del secondo giorno di Danza del Sole, e quanto ad alterazione non potevamo certo lamentarci. Domani sarebbe stato il terzo giorno, il più micidiale dal punto di vista fisico, ma molto speciale dal punto di vista psichico. Poi, il quarto giorno, sarebbe stata portata l’Acqua. E poi la Danza sarebbe stata conclusa, ed infine celebrata con una grande festa. Ma nel frattempo eravamo sotto le madrone, preda di poco rispettose zanzare e tenuti svegli dallo sguardo di Swan e dall’imminente lezione.
         “Dancers! Sveglia!” Lievi movimenti circospetti, qualche aggiustamento di assetto da parte nostra. “E’ tradizione antica che la sera del secondo giorno della Danza del Sole e della Terra venga condivisa con i Seekers una delle più importanti e sofisticate Ruote di Medicina: il Cerchio della Legge”.  Se fossimo stati meno stanchi forse avremmo reagito con maggiore entusiasmo, ma i nostri corpi pur sollecitati dall’esca appetitosa non ne volevano sapere di manifestare alcuna eccitazione visibile. Sapevamo che il Cerchio della Legge era, ed è, una delle Ruote più ambite e potenti, uno strumento fondamentale per il lavoro personale ed una mappa molto sicura per chi esplora la psiche. Ma mentre le nostre menti si schiudevano al richiamo di Swan, richiamo che prometteva acqua di conoscenza per la nostra sete di informazioni, i corpi giacevano ottusi dalla stanchezza e dalla sete, e noi potevamo assistere al verificarsi di una dicotomia corpo-mente che avrebbe permesso, speravamo, il transito di concetti antichissimi e nuovissimi.

venerdì 22 marzo 2013

Tempo di innesti


         Tempo di innesti. Dicono che il giorno specifico in cui impegnarsi nell’arte sia il 19 Marzo, ma se si sgarra un po’ non si va all’inferno.
Essenziale è aver conservato le marze in frigorifero, perché il futuro portainnesto –ovvero il selvatico da trasformare in domestico- DEVE essere “più avanti” della marza stessa. Orbene, ecco come fare:
A gennaio-febbraio, meglio se con la luna calante, tagliate dalla varietà che volete riprodurre alcuni ramoscelli dell’ultimo anno. Meglio se sono sani ed abbastanza uniformi nel diametro. Prendetene una decina, se possibile, lunghi una trentina di cm ed avvolgeteli subito in un sacchetto di plastica ed etichettateli all’istante. Ripetere con altre varietà e riporre tutto il malloppo nel frigorifero.
         Il 19 Marzo, o poco dopo a seconda dell’avanzamento vegetativo del portainnesti (è il nome dato alla pianta da innestare), in una giornata possibilmente senza vento e senza pioggia. Prendete il secchio che avrete preparato e che è bene contenga: segaccio affilato bene, cesoia, un coltellaccio o simile, un cacciavite grosso, un mazzuolo meglio se non di ferro, mastice da innesti, 3 o 4 coltelli di plastica, nastro da carrozziere (quello biancastro su cui si può scrivere), pennarello, numerosi legacci, un paio di giornali, o riviste, sacchetti di plastica trasparente, coltellino da innestatore affilatissimo, e naturalmente le marze. Spero di non aver dimenticato nulla.
         Ecco come procedere: andate dal portainnesti e spiegategli che, se vuole, avrà una nuova vita e che non deve preoccuparsi. Scegliete i rami che volete innestare, ben direzionati e del diametro di 3-6 cm.  Se il portainnesti è giovane può valer la pena di innestarlo sul tronco stesso.
Segate il ramo con un taglio diritto e pulito (cominciare da sotto per impedire scosciamenti). Legate strettamente a 6/7 cm sotto il taglio. Mettete il coltellaccio trasversale al centro del taglio fatto e con il mazzuolo fatelo entrare di circa 3 cm, La legatura sottostante dovrebbe impedire allo spacco di proseguire più del dovuto. Togliete il coltellaccio, posizionate il cacciavite al centro e col mazzuolo allargare lo spacco di qualche millimetro. Il vento asciuga velocemente le superfici che devono invece essere irrorate ed umide, perciò occorre essere rapidi e ben organizzati, soprattutto nei prossimi passi. Togliete e scegliete il rametto da cui prelevare le marze, tagliatene via almeno la prima gemma alla base e con il coltellino da innesti praticate due tagli longitudinali ed obliqui in modo da fare una punta a scalpello, cioè larga come tutto il ramoscello. Rispettando la buccia, o corteccia, che starà all’esterno potete affinare un po’ la parte interna, che potrebbe ostacolarvi. Appena fatta la punta accorciate il rametto a due gemme e mettete la marza in bocca per tenerla umida in attesa della seconda marza, che preparerete subito.  Infilate una marza nello spacco del portainnesti in modo che le rispettive cortecce combacino il più possibile e col coltello di plastica sigillate sia il taglio triangolare che quello in cima col mastice. Ripetete l’operazione sull’altro lato del diametro. Delicatamente estraete il cacciavite e il ramo innestato si stringerà bloccando le marze al loro posto. Mastice su tutti i punti scoperti, togliere il legaccio e rilegare poco sopra per assicurare la tenuta delle marze. Adesso c’è un ramo accorciato dal cui taglio sporgono due cornetti, ciascuno con due gemme. Fare cartoccio con il giornale e legarlo bene sotto le marze in modo che non le tocchi ma le protegga. Coprite il tutto con sacchetto di plastica legato alla base. Praticate un buchetto nella parte bassa del sacchetto (aria e acqua). Segnate il nome della varietà delle marze sul nastro adesivo che applicherete al ramo.
          Non andate a rompere le scatole all’innesto troppo presto, a meno che il vento o la pioggia non abbiano semidistrutto il vostro capolavoro e le varie protezioni non si siano appoggiate sull’innesto stesso. Se il miracolo è avvenuto, dopo una quindicina di giorni dovreste vedere, spiando cautamente, un primo bagliore verdino laggiù nascosto fra giornale e mastice e legacci. E’ emozionantissimo. Aspettate tuttavia qualche giorno ancora prima di scriverlo sul blog, perché le marze possiedono una energia residua e nonostante il soggiorno in frigorifero, i tagli, le spuntature ed il bagnetto nel mastice, a volte esprimono un po’ di verde pur senza aver attecchito, ingannando il povero contadino.
         Se la stagione dovesse essere molto asciutta è opportuno spruzzare un po’ d’acqua all’interno del conocartoccio. A volte si mette un po’ d’erba, che cederà l’umidità pian piano. Dopo un mesetto o più bisogna controllare ed eventualmente togliere le cacciate che il portainnesti, risentito per le preghiere non abbastanza convinte, avrà pensato bene di produrre in competizione con le marze. Qualora la marza non avesse attecchito, lasciate pure le cacciate che continueranno a nutrire il ramo, che innesterete il prossimo anno.
         Bene, adesso che è tutto chiaro aggiungo un solo dettaglio prima di andare ad innestare i ciliegi: Si innesta mela su mela, volendo su pera, mentre pesche ed albicocche vanno su pesche ed albicocche e mandorle.