venerdì 18 ottobre 2013

Petunia e Rubirosa 1


         Guardavo le mie scrofette dall’alto, perché la finestra dava proprio sopra il maialaio.  Grufolavano allegre, dandosi spallate e ingollando boccate di pastone, crusca e farinaccio, che il loro benefattore –io- propinava loro due volte al giorno. Petunia e Rubirosa erano con me da un bel po’di tempo e le loro schiene ed i loro culoni insigni mi erano ben familiari: ci salutavamo mattina e sera, ed io da buon padrone pensavo che non avessero difetti di alcun genere.  E’ bello guardare i propri animali che mangiano ed apprezzano il loro cibo. Ecco arrivare una tortora, una di quelle datemi da un amico fiorentino nella cui casa si riproducono troppo velocemente, per cui ogni tanto mi ritrovo con tre o quattro tubanti tortorelle cittadine, ignare del grande mondo. Questa qui decide di planare sul truogolo e di approfittare dal pastone. Assisto all’idilliaca scenetta. Ma…Un lampo. La tortora non esiste più. Rubirosa se l’è divorata in un sol boccone, come fosse un pezzo di pane. Non credo ai miei occhi, non so se sapete come succede, che uno vede una cosa e non ci crede.
         Passano i giorni, ho perdonato Rubirosa. Decido che le due maiale, finora sempre state nel loro recinto e casetta, possono fare un po’ di esercizio ed andare a mangiare le ghiande della Piccola Grande Quercia da sole, senza che io debba raccoglierle per loro.  Glielo spiego bene, prima di aprire il cancello:  uscite ma state attente che è la prima volta, non allontanatevi troppo e ricordatevi che i maiali ritornano sempre alla loro casa:  poi apro il cancelletto. Escono a cento all’ora, una dritta verso sud e una dritta verso nord. Ma non sono amiche? Non potrebbero passeggiare educatamente insieme, raggiungere il pascolo, stripparsi di ghiande e tornare a casa, come avevo detto io? No. Al galoppo sfrenato, in direzioni opposte. Inseguo Petunia, quella più culona, che saltella e ballonzola felice travolgendo tutto. Galoppa per circa cinquanta metri, poi si affloscia esausta. Vado a consolarla, la maratona non è per tutti, le dico. La quercia è appena più in là, coraggio. Mi guarda mansueta e sgrufola contenta fra le ghiande. Arriva Rubirosa, gagliarda ma col fiatone. Anche lei sotto la Piccola Grande Quercia, a mangiare ghiande di roverella.

lunedì 30 settembre 2013

Le allegre paperelle


Allegre e spensierate le paperette crescono in tutte le direzioni tranne che in altezza, ed anche quella che un giorno di tregenda si è fatta trovare a panza in su, incapace di girarsi e rialzarsi, percorsa avanti ed indietro da tutto il resto della truppa che la usava come morbido zerbino, pure lei è pimpante e gagliarda. Certo, adesso che hanno via libera nel recintone devono competere con i pulcini ormai grandini che sono più agili e salterelli: però non si rotolano più tanto spesso a valle e si sono aperte dei varchi e sentierini su cui scivolano come fossero in acqua. Già, l’acqua. C’è, oltre alla tramoggia da cui possono bere tutti quando vogliono, una vaschetta la cui acqua viene cambiata spesso (gli animali hanno bisogno di acqua pulita, o si ammalano). Appena sentono il rumore della vaschetta che viene pulita e riempita, eccole arrivare di gran carriera, ciabattando rapide e stringendo le curve per arrivare il prima possibile, quasi potesse sfuggir loro qualcosa: infilano i becchi sott’acqua, la riempiono di schifezze fangose, si fanno un veloce pediluvio in modo da assicurare una sufficiente paludosità e se ne vanno felici e contente ancheggiando seducenti e mormorando sommessamente i loro qua qua soddisfatti. Ogni tanto, due o tre volte al giorno, raccolgo un bel po’ di verdura fra i filari della vigna, cicoriette, trifoglini, lupinelle, e ne faccio dei mazzetti che distribuisco spingendoli all’interno della rete. L’assalto è immediato e generale. Devo essere velocissimo a posizionare svariati mazzetti perché voglio evitare che nella competizione si sbecchettino fra loro e soprattutto che mi sbecchettino le dita, disdicevole abitudine che hanno le paperette, che fra l’altro sono dotate di collo telescopico e di testolina che passa fra le maglie della rete. Ma può un chitarrista farsi sbecchettare le dita da una papera?

mercoledì 25 settembre 2013

Irene


         Questa è una storia magica, una di quelle che di tanto in tanto si avverano fra queste colline dove la presenza umana è ridottissima e la natura agisce quasi indisturbata.
         Stavo portando l’amico Sergio a visitare Irene, la nuova sala in costruzione destinata ad ospitare i seminari di piccoli gruppi dalle grandi speranze. La stanza, come tutti i cantieri che si rispettino, era ingombra di ogni attrezzo possibile ed immaginabile ed occorreva stare attenti a dove si mettevano i piedi onde non ingamberarsi in qualche cavo steso a terra o qualche asse disordinata. In un angolo c’era un mucchio di involucri di carta e cartone che avevano contenuto dozzine di sacchi di cemento e calce. In mezzo alle carte intravvidi seminascosta una piccola forma, scura e raccolta, sembrava uno straccio ammucchiato, ma era un animale immobile. Sorpresa e un po’ di paura. Guardando meglio ci accorgemmo che era un piccolo di cinghiale e che non dava segno di vita. Secondo Sergio l’animale era morto già da un po’. Io però sentivo che non era così: percepivo che c’era ancora vita in quel peloso mucchietto grigio; forse era solo una mia speranza, ma lo toccai con un bastoncino e mi accorsi che in effetti stava respirando, appena appena. Raccolsi il cinghialetto, lo misi in una scatola e lo portai a casa, al caldo. Un po’ di latte tiepido e zuccherato, carezzine e parole di conforto, insomma un classico tentativo di rianimazione di cucciolo. Qualche segno di vita, ma mica tanto. Preparai una lettiera nella stalletta, acqua e pezzetti di mela (i cinghiali da queste parti si foraggiano felici con le nostre mele) a suo conforto.  Marina –che è medico- le fece una flebo di glucosio. Era una cinghialetta femmina, e la chiamammo Irene come la sala dove l’avevamo trovata. Dopo qualche ora Irene era in grado di stare in piedi, sia pur stando ferma su gambette incerte. La tenevo e la imboccavo con fettine di Granny Smith: mi guardava con occhi saggi e comprensivi, ogni tanto mi dava un leggero morso alla mano guantata, tanto per farmi capire che era selvaggia, sì,  ma anche che mi era grata anche se era meglio che non ne approfittassi. Muoveva il naso lunghissimo e le orecchiette… Il giorno dopo ero lontano, mi telefona Marina: “Irene non si muove più, le ho fatto un’altra flebo, ma mi sembra che non serva: la porto dal veterinario”.  Dal veterinario c’è anche un esperto cacciatore di cinghiali venuto a far ricucire un cane che ha incontrato un cinghiale più cattivo di lui. Mettono Irene sul tavolo, la palpeggiano, la tormentano per trovarle una vena, lei li guarda paziente, se potesse scuoterebbe il capino. “Ehi, ma questo non è un cucciolo! Guarda i denti! E non ha strisce sulla schiena. Questo è un vecchio cinghiale nano!”. In effetti i denti erano consumati ed il pelo era bello stagionato –particolari che ci erano sfuggiti, convinti com’eravamo che si trattasse di un cucciolo. Irene, la magica cinghialetta nana tornò a casa, ma ormai avevamo capito che era venuta da noi per morire di vecchiaia in pace e serena fra amici. 

lunedì 23 settembre 2013

Elogio del Rospo


           Un animalino che mi è sempre stato simpatico è il rospo. Forse non brilla per la sua bellezza e qualcuno potrebbe sostenere che non è molto intelligente: ma quanto a questo, bisognerebbe dare prima una definizione di “intelligenza”. Anche il gatto di Einstein pensava che il suo padrone fosse grullo quando tardava a metter fuori il piatto della pappa. Tutto è relativo, gli diceva il buon Albert.  Il rospo si manifesta con piacere dopo una pioggia, quando la sua notevole panza e la sua groppa lunare non temono insolazioni ed anzi traggono soddisfazione dallo strisciare nell’erbetta freasca che le solletica e le deterge. Avanza lemme e lento esplorando i dintorni con quegli occhi che pochi gli invidiano, e come riesca a mangiarsi zanzare e mosche ed altri velocissimi insetti io non ho mai ben capito. Forse li ipnotizza, forse ha poteri mentali calamitanti. Se deve arrampicarsi su un gradino per andare chissà dove allunga una zampa stendendo l’ascella a dismisura ed allargando una manina (che trattandosi di zampa dovrebbe essere un piedino) dall’apparenza quasi umana, poi stende una gamba posteriore ed infine si inerpica come farebbe uno scalatore in parete, trovando appigli e sfruttando fratture nella pietra e nelle zolle. Abita fra i vasi di fiori, dove è più umido e dove anche altri piccoli esseri trovano rifugio, ed ogni tanto fa capolino per vedere come gira il mondo. Il rospo è molto indipendente: non c’è modo di indurlo a farsi vivo, fa sempre come vuole lui ed è piuttosto parco di apparizioni. non ha per nulla quell’atteggiamento da star che hanno alcuni –Nevischio ad esempio, la gatta bianca e nera che sempre si piazza nei luoghi che meglio la incorniciano e ne sottolineano la grazia e la bellezza-  ed è anzi restìo a farsi accarezzare e coccolare. Ogni tanto ne acchiappo uno suo malgrado, la prima volta confesso di aver dovuto superare un certo ribrezzo, e mi sorprendo un po’ di come sia asciutto e fresco, e di come si abbandoni nella mano. Qualche volta nell’orto se ne vedono le terga mentre si allontana da sotto un cavolo, offeso dal tramestìo della zappa. Lo saluto e magari gli accarezzo la schiena con un dito, ma il rospo non è un grande comunicatore. Ognuno per la sua strada, sembra dire mentre aggira un ciuffo di fagiolini.

giovedì 29 agosto 2013

Giorgetto il cinghialetto


          Giorgetto è un cinghialetto piccolissimo, ha ancora le strisce tipiche dell’età preadolescenziale sulla groppetta. Nonostante i miei lunghi ed elaborati sistemi di protezione della vigna, che è un ristorante molto ambito da tutte le creature dei dintorni, riesce a passare dovunque superando ostacoli e reti per penetrare nella zona proibitissima e scorrazzare felice qua e là, ignorando però i grappoli d’uva, anche quelli bassi bassi che potrebbe raggiungere se solo alzasse un po’ la testa. Ma il suo interesse è tutto rivolto alle erbette, radici e larve che sgrufolando indaffarato scopre ed ingolla.  L’altro giorno c’ero anch’io nella vigna, stavo sollevando qualche tralcio e spostando gli spaventapasseri (che se rimangon sempre fermi dopo un po’ vengono ignorati da ghiandaie e merli): ecco Giorgetto a dieci metri, al lavoro come sempre. Mi immobilizzo, perché è il movimento che tradisce
la nostra presenza. Comincio a cantare a bassa voce, du du du, la la la, penso che a Giorgetto non interessino tanto le liriche.e che apprezzi invece il tono carezzevole della voce. Mi guarda di tralice, occhietto vispo e grugnetto lungo lungo. E’ chiaro che sono uno spaventapasseri, basta vedere come sono vestito e sentire come canto. Si avvicina, mi arriva a due o tre metri. Io sto fermo come un baccalà, giro appena il calcagno per seguire i movimenti di Giorgetto. Pian piano se ne va, lo vedo passare disinvolto da una fessura nel cancello da cui non passerebbe una mano. Mi sto affezionando a Giorgetto, forse finirò per adottarlo. Ma…ce la farà Giorgetto a superare la stagione di caccia che sta per aprirsi?

mercoledì 21 agosto 2013

Little Grillo 4


        Ombre danzanti accarezzavano le pieghe segrete e gli invisibili angoli delle dimore sull’albero, e la Luna splendeva fra le foglie che imbrunivano, ricamando la magica coltre della Piccola Grande Quercia. Il soffice movimento ondeggiante del rametto più sottile del Ramo Lungo era gentilmente incoraggiato dalla brezza lunare, e le ultimissime foglie danzanti riuscivano quasi a toccare quelle di un ramo della Quercia Sorella che abitava lì accanto.
Little Grillo e la sua nuova amica Grillina stavano suonando all’unisono, seguendo il ritmo del ramo ondeggiante, ed erano così felici di stare insieme che nemmeno il buio vuoto che si apriva proprio sotto di loro riusciva a spaventarli –come ci si sarebbe potuto aspettare. La loro musica benefica e guaritoria riempiva lo spazio intorno, e loro suonavano e suonavano mentre aspettavano che la brezza cessasse un momento per fare il grande salto verso l’altra Quercia.
       Il ramo all’improvviso affondò, e la Grande Civetta che era appena atterrata si avvolse nelle ali vellutate e salutò i due violinisti col suo “Hoot!” amichevole:
-“Sono contenta di vederti, Due Occhi di Civetta,. Sono felice di vedere che hai una bellissima amica con te…Hmmm…potrei sapere come si chiama?”-
-“Oh, Grande Civetta, meno male che sei venuta!… Lei è Grillina, la mia compagna… Stiamo cercando di saltare dall’altra parte per raggiungere quel ramo laggiù…”-
-“Ho hoo – disse Civetta - vedo, vedo…Be’, certo sembra un salto pericoloso! Hmm.. – si accigliò – ma…Perché volete abbandonare questo ramo? Non siete felici qui?”-
-“Sì, sì, siamo felici. Ma si tratta di Grillone, il mio fratello maggiore: vuole che gli paghi l’affitto per poter stare sul ramo, ad io non possiedo nulla…Che cosa posso dargli?… Devo andarmene per forza.”-
-“Oh, ho, capisco –disse Civetta- Sì, è difficile per la Gente della Foresta, quando qualcuno di noi si dimentica la Promessa dell’Armonia e diventa tirannico e prepotente…Be’, miei piccoli amici, di sicuro mi mancherete, voi e la vostra canzone. E, per piacere, permettetemi di aiutarvi ad attraversare. Potete arrampicarvi sulla mia schiena ed io vi porterò dall’altra parte, o anche più lontano se volete.”-
        La cortese Civetta era  veramente molto gentile: occorre considerare che le Civette odiano la sensazione di avere qualcosa di estraneo in mezzo alle piume e penne; ma un amico è un amico, e fra la gente della foresta è costume accettare un po’ di fastidio personale per aiutare un amico, e persino una semplice conoscenza che sia nei guai.
Così i due grilli vennero trasportati sul ramo della Quercia lì accanto –non volevano andare più lontano di così- ed appena si sentirono al sicuro cominciarono a suonare la loro melodia, per pura gioia e gratitudine. La Grande Civetta sorrise apprezzando la allegra canzone, a poi silenziosamente volò via nella notte.
       Il Sole percorreva il cielo in pieno splendore, e la Piccola Grande Quercia era viva e vibrante delle voci e dei suoni della sua multiforme famiglia: Api, Uccelli, Calabroni, Grilli e Cicale cantavano e cinguettavano e ronzavano come una vivace e complicata orchestra. Solo le urla rabbiose di Grillone all’opera nel suo giorno di riscossione turbavano la serenità del giorno.  Tenendo le Coccinelle a briglia corta in modo che non potessero arrivare a leccare con le linguette la rugiada dalle foglioline, Grillone stava tormentando un Bombo rotondetto e impolverato di polline che si era fermato un momento sul Ramo Lungo, nel corso di un volo di ricognizione. Il Bombo sembrava a suo agio e per nulla scosso dalla sfuriata, e questo faceva diventare Grillone –che non poteva sopportare di non esser preso sul serio- sempre più rabbioso e sguaiato. In effetti, era talmente preso che quasi non si accorse che la Grande Civetta, perfettamente puntuale all’appuntamento, era apparsa fra le lucide foglie verdeggianti.
-“Ah, ha! Sei arrivata finalmente! Mai puntuale, eh?- urlò Grillone alla Civetta, scordandosi del Bombo. –Tu, pigra d’una Civetta, speravi che me ne dimenticassi, eh? Ma io non dimentico, e non perdono! E’ ora di pranzo: cosa intendi fare per me?”-
       I grandi occhi della Civetta erano come lune gemelle. immense e dorate e Grillone le vedeva avvicinarsi sempre di più, venire sempre più vicino…Così vicino che a malapena sentì la voce vicinissima della Civetta che diceva:
-“Sì, è proprio ora di pranzo.”-

sabato 17 agosto 2013

Little Grillo 3


La Grande Civetta, di ritorno dalla sua spedizione esplorativa pomeridiana, volò attraverso le foglie danzanti del Ramo Lungo e si fermò proprio nel punto dove aveva incontrato Little Grillo. Vide Grillone che frustava e scalciava le due Coccinelle che avevano riprovato a raggiungere le dolci gocce di rugiada con le linguette.
      “Saluti, signore…”
Sorpreso, Grillone guardò in alto con una certa paura, perché aveva riconosciuto la voce e perché le Civette erano esseri piuttosto pericolosi nel mondo della Foresta Vivente. Strinse la presa sul manico della frusta e con aria di sfida, quasi a nascondere il suo timore, squittì: (frinì)
      “Salve a te. Io sono Grillone, il Signore di Ramo Lungo, dove ti sei posata in questo momento. Cosa vuoi?”
      “ Vi dispiace, caro signore" -disse la Civetta cortese- "se trascorro il resto della giornata sul vostro Ramo? Potrei starmene seduta qui ad aspettare la notte?”-
      “ Chiunque sieda o passi sul mio Ramo deve pagarmi” rispose Grillone con un sogghigno: aveva deciso che la gentilezza della Civetta era un segno di debolezza, e che gli era capitata una buona occasione per ottenere qualcosa facilmente.
      “ Ho, ho,”- disse pensosamente Civetta -“ E, che tipo di pagamento dovrebbe essere?”
      “ Mi porterai del cibo, domani a quest’ora. Farai in modo che il mio pranzo sia pronto qui ad aspettarmi, esattamente a quest’ora, un giorno da oggi.” La sua aria arrogante nascondeva a malapena una sensazione di paura che ancora avvertiva, ma ormai Grillone era convinto di aver manovrato l’incontro a proprio vantaggio.
     “ Ho, vedo. Hmm… Molto bene allora, domani a quest’ora, in questo posto, ci sarà un pranzo.” 
            Grillone spronò e scalciò le Coccinelle finchè le obbligò a mettersi in movimento: non poteva sopportare che quelle gentili, innocue creature riuscissero a succhiare un po’ della linfa che amavano tanto. Avevano avuto qualche tempo per provarci, durante la conversazione del padrone, ma adesso Grillone era ancora più arrabbiato del solito e sentiva con urgenza il bisogno di punirle: frustava e berciava e scalciava dirigendosi verso un vecchio e largo pezzo di corteccia che veniva usato come riparo e come stalla. E’ triste da dirsi, ma la verità è che l’indulgenza con cui Grillone si era permesso di manifestare la propria rabbiosa brutalità si era protratta per talmente tanto tempo da fargli dimenticare del tutto la sua originale essenza grillesca: essere un Portatore di Fortuna. Così, per quanto si possano trovare delle giustificazioni andando a cercare fra le difficoltà adolescenziali della sua gioventù, egli aveva deciso di essere un Portatore di Dolore ed un tiranno.