giovedì 15 agosto 2013

Little Grillo 2



Little Grillo si stava pian piano riprendendo dalla grande sorpresa e guardava lo stretto passaggio fra il fogliame dove la Civetta era appena scomparsa, quando sentì il rumore di foglie scostate bruscamente ed una voce dura e rabbiosa che intimava:          -“Basta! Smettetela subito! Credete di star facendo una passeggiata? Avanti, avanti!!”-  Era il suo fratello maggiore, Grillone, che cavalcava un paio di Coccinelle strettamente impastoiate: le Coccinelle tentavano di allungare le linguette per per leccare un po’ della dolce rugiada dalle foglie della Quercia, ma Grillone non glielo permetteva. Teneva stretta una frusta che faceva ondeggiare con rabbia. Quando vide Little Grillo che se ne stava fermo lì, la sua ira sembrò crescere, e si mise a urlare:
-“Ancora qui! Quante volte te lo devo dire? Va via! Non puoi stare sul mio Ramo, se non paghi l’affitto. Vattene subito!”-
-“Me ne vado, fratellone, me ne sto andando…”-
-“Sì, e vattene in fretta. Se ti prendo un’altra volta a bighellonare per la mia proprietà..!”-  La minaccia era abbastanza chiara: Grillone era grasso e forte, molto più grosso del suo fratello minore, e come tutti sapevano, era spietato. Sarebbe stato capacissimo di scaraventare Little Grillo giù dal Ramo senza pensarci due volte, condannandolo ad una fine sicura. Con un ultimo sguardo corrusco Grillone tirò brutalmente le redini allontanando le Coccinelle che erano quasi riuscite a leccare una fogliolina.
Little Grillo se ne andò tristemente verso un ramo laterale più piccolo, un’apertura che gentilmente gli permise di scomparire in mezzo alla lussureggiante fantasmagoria di foglie luminose e ombre profonde. Grillo amava il Ramo Lungo che gli aveva dato nutrimento e da sempre gli aveva fornito un bellissimo luogo dove abitare… Ed ora solo a causa di quell’arrogante, tirannico Grillone se ne doveva andare. Ma, dove?
Molto preoccupato all’inizio, ma recuperando velocemente il suo equilibrio grazie all’aiuto delle benevolente e guaritoria atmosfera della Piccola Grande Quercia, Little Grillo si fermò un momento alla giunzione dove il magro ramo su cui camminava incontrava un ramo più grosso: si accomodò su uno sterpettino e, ispirato dalle dolci sfumature verdi ed azzurre che lo circondavano si mise a suonare la sua allegra canzone, echeggiando sotto le volta verdeggiante. Non aveva suonato a lungo quando le sue antenne avvertirono, e contemporaneamente i suoi occhi videro, una foglia sollevarsi con grazia: una grilla femmina molto elegante entrò nella radura. Si fermò e gli fece un gran sorriso.

martedì 13 agosto 2013

Little Grillo 1


Little Grillo viveva sul Ramo Lungo, uno dei rami più vecchi e possenti della Piccola Grande Quercia, vicino al limitare meridionale  della Foresta Vivente. Era un giovane grillo curioso per natura e desideroso di esplorare il Ramo Lungo per quanto  possibile, spesso fermandosi solo per intonare la sua allegra canzone che rifletteva la luce delle stelle fra le foglie e solleticava con gentilezza il tenero muschio che copriva l’antica corteccia.
       La Piccola Grande Quercia era molto contenta di ospitare il gran numero di creature che abitavano il meraviglioso labirinto del suo immenso fogliame: lei era l’albero più anziano dei dintorni –in effetti era uno degli esseri più antichi di tutta la Foresta- e la sua esperienza era profonda e secolare. Sapeva, naturalmente, che alcuni degli animalini che avevano trovato rifugio fra le sue foglie non apprezzavano la loro fortuna e che non si sarebbero mai sentiti grati per la protezione, il cibo, la compagnia che procurava loro. Tuttavia era una saggia nonna, e dunque sapeva anche che tutto passa e si trasforma, e che tutte e tutti noi dobbiamo cantare la nostra canzone in questo Mondo stupendo.
       Un giorno Little Grillo avvertì una presenza sopra di sé e mentre un brivido percorreva le sue delicate elitre si girò e vide un Grande Essere posato su un ramo appena più in alto, e l’Essere aveva due enormi occhi che lo fissavano. Grillo era paralizzato dalla paura, ma la Grande Civetta, perché era proprio lei, con gentilezza fece :”Hu, hu!”, e soggiunse: ”Non aver paura, piccolo amico. Ho sentito la tua melodia e volevo vedere chi era quel Portatore di Fortuna che suonava quell’allegra e vivace canzone. Adesso ti ho visto, e vedo che hai una Civetta nell’occhio.”
       “Mmm… piacere mio, Grande Civetta, signora, io, io… Io sono Little Grillo, signora…”  Mai prima d’allora in vita sua Grillo aveva visto un essere alato così possente, e nella sua meraviglia era anche terrorizzato all’idea d’essere mangiato lì per lì.  “Sono contenta di averti conosciuto, Un Occhio di Civetta, -disse la Civetta- e grazie per la tua canzone. Ho già mangiato, non devi preoccuparti… Ed adesso vedo che in realtà hai due civette negli occhi, così tu sei Due Occhi di Civetta, piccolo amico.”  E con queste parole la Grande Civetta volò via.

lunedì 5 agosto 2013

La notte dell'orso 2


Mattina presto, il cielo turchese ed arancione: siamo in quattro o cinque ad aspettare il nostro turno alla macchinetta del caffè, o a coccolare il cappuccino appena conquistato. Dal balcone vediamo arrivare Eagle, che di solito si presenta all’appuntamento mattutino molto elegante e curata, tutta scarmigliata e con la gonna lunga spiegazzata e lo scialle di traverso– indossa sempre gonne lunghe e scialli, non si capisce come faccia visto che siamo in mezzo ad un bosco - . Racconta la storia, tutti l’ascoltiamo a bocca aperta, aggrappati ai nostri cappuccini come ancore di salvezza. Mentre procede, ognuno si aggrappa al proprio cappuccino come fosse un’ancora di salvezza. Son brutte notizie, queste. Sappiamo che un orso una volta trovata la strada non smette di gironzolare intorno alle case, come se avesse perso quella onesta, istintiva repulsione verso gli umani che contraddistingue tutti gli animali selvatici, e sappiamo pure che non c’è praticamente modo di indurlo ad andarsene definitivamente. Tutti ricordiamo che l’anno scorso un orso bruno, forse lo stesso, ha fatto irruzione nel recinto del pollaio ed è stato sorpreso da uno dei ragazzini, Sage: l’orso se ne stava ritto in piedi in mezzo ai polli terrorizzati, con un pollo per mano ed altri due schiacciati contro il petto enorme.
Il consiglio della piccola tribù si è riunito ed ha deliberato: un orso che si comporta così, dispiace dirlo, va abbattuto.  Non c’è altro modo per liberarsene: continuerà a ritornare e ritornare, e prima o dopo provocherà una tragedia, perché è imprevedibile, pesa oltre duecentocinquanta chili, corre due volte più veloce del pièveloce Achille e se per caso riesce a metterti le zampe addosso, non c’è speranza: le sue braccia sono grosse come le nostre gambe e le gambe come il nostro petto. e con una sberla ti stacca la testa.  Perciò bisognerà attirarlo in una trappola ben congegnata, qualcosa che non possa subodorare, e piazzargli un paio di colpi di carabina sotto l’ascella. La testa sarebbe un buon bersaglio, me l’osso della fronte è sfuggente, oltre ad essere massiccio, e può deviare un proiettile: perciò non si spara alla testa, ma al cuore e di fianco. Se aspetti di vedertelo in piedi e di fronte, per mirare meglio,  in genere è troppo tardi, e se spari ad un animale devi esser sicuro di ucciderlo. Non vuoi che, ferito, se ne vada a morire di infezione nei boschi, o, peggio ancora, che ti si rivolti contro.
Non ho assistito all’agguato, ormai ero partito per ritornare in Europa, e dunque non conosco i particolari dell’evento. Sicuramente però fu spiegato al bosco ed ai suoi abitanti che il sacrificio del grosso animale era dovuto a necessità e non a divertimento. Nella nostra scuola l’uccisione era considerata un atto sacro: inevitabile ma da non prendersi mai alla leggera.
Rocky, Eagle e Moose organizzarono la trappola lasciando un po’ di cibo sullo spiazzo dove a volte si mettevano gli avanzi per i corvi, e quando l’orso si avvicinò due carabine spararono contemporaneamente, fulminandolo.
 La sua pelle adesso giace immensa sul pavimento della libreria della casa madre, ed Eagle quando transita per il mattutino rituale del cappuccino ne accarezza la testona ormai inoffensiva con le frange della lunga e ben stirata gonna.

sabato 3 agosto 2013

La notte dell'orso 1


 La Notte dell'Orso 1

California del Nord,  Bell Spring Road, un ranch sperduto fra le alte colline a quattro ore da San Francisco, sulla destra della 101.
Nella notte profonda uno sparo improvviso ammutolisce civette e gatti selvatici, echeggia nella valle per disperdersi fra la lieve nebbia sospesa fra querce ed abeti.
Da parecchi anni Eagle si era trasferita nella sua capanna di legno sotto l’immenso abete Douglas alla curva della pista verso la Delicate Lodge. Per arrivarci si passava davanti al recinto dei lama, dove due femmine pascolavano insieme ad un piccolo di un paio di mesi ed un grande maschio. Varie altre baite erano dislocate in giro per il bosco, tutte a ragionevole distanza dalla casa madre che ospitava gli spazi comuni come la libreria, lo studio di Capo Wolf, varie postazioni individuali dove alcuni di noi tenevano computers ed altri aggeggi, il grande schermo televisivo e, presenza più importante di tutte, la macchinetta Faema, originale italiana, per il cappuccino mattutino. Chissà come era arrivata, la Faema, fra gli abeti colossali della coastal range –la catena di monti e colline che prepara al grande balzo delle montagne rocciose.
Nella casa madre abitava solamente Rocky, che ne era il guardiano: tutti gli altri membri della piccola tribù si ritiravano per la notte nelle rispettive minuscole casette di fogge varie, qualcuna costruita con presse di paglia, sparse nelle vicinanze. Lo stesso Capo Wolf possedeva una grossa ed anziana roulotte argentata, che con grandi fatiche era stata portata in una valletta intima e nascosta e dove si ritirava a fine giornata insieme a Fawn, sua consorte e controparte femminile negli insegnamenti e cerimonie. Eagle era però la sola ad aver costruito la sua casa sul versante sud della collina, dopo il recinto dei lama e dei tacchini, ed era dunque particolarmente isolata.
I fruscìi notturni, il canto della brezza fra le foglie delle querce secolari, le ombre degli alberi altissimi accarezzavano la capannina dove Eagle riposava nel suo nido. Dietro la sua testa una finestra alta e stretta andava dal pavimento al tetto ed incorniciava il sentiero illuminato dalle stelle e da uno spicchio di luna, e se lei non fosse stata immersa nel sonno che precede l’alba avrebbe potuto notare che il lama maschio, quello che sputava in faccia a Forest ogni volta che lo vedeva, pattugliava nervosamente il recinto percorrendolo su e giù e soffermandosi ogni tanto con  orecchie tese e froge aperte e frementi ad annusare l’aria.
         Uno schianto improvviso irrompe nel vellutato quasi silenzio, Eagle si sveglia di colpo, alza la testa e vede che la maniglia della porta della capanna si muove violentemente in su e in giù, scossa e manovrata dall’esterno da qualcuno che cerca di entrare. Si rizza a sedere sul letto, allunga la mano e afferra la pistola che sta in una scatola accanto al letto. Non si sta da soli e senza armi a dormire sulle montagne della California.

         Per quanto sia addestrata all’uso delle armi, soprattutto carabina e pistola, ed nonostante da anni tutta la piccola tribù si alleni al guerresco gioco del paintball nei boschi sparandosi l’un l’altro proiettili di gomma piena di liquido colorato, Eagle avverte il panico salire e farsi strada fra le molte e confuse emozioni. Lo scuotimento della capanna continua insistente e l’idea che là fuori ci sia un orso che tenta di entrare richiede una reazione decisa ed adeguata. Essere addestrati serve proprio a questo: a mantenere freddezza e funzionalità nei momenti di grave crisi.
          Seduta sul letto Eagle prende un cuscino e se lo piazza fra spalla ed orecchio e si tappa l’altro orecchio con la mano. Poi spara un colpo in aria mirando al trave di colmo onde non bucare il tetto. Il rumore è fortissimo e lo scuotimento cessa di colpo, la maniglia smette di agitarsi ed il silenzio avvolge capanna e dintorni. All’orso non dev’esser piaciuto quello scoppio improvviso, non è un animale stupido, conosce benissimo il rumore delle armi da fuoco, il loro odore, la loro pericolosità, e potrebbe essersene lestamente andato.a cercare prede meno reattive. E’ possibile, forse probabile che si sia allontanato davvero, e che nonostante il tremore Eagle possa riprendere il sonno interrotto. Ma in realtà non si può star tranquilli quando c’è un orso nei dintorni: è un animale imprevedibile, determinato, fortissimo, e se ha sentito odore di cibo o se ha trovato i resti della cucina stoltamente abbandonati da qualche parte è quasi impossibile levarselo di torno:  se poi grazie ad esperienze precedenti ha imparato il significato di una maniglia ed ha preso un po’ di confidenza con gli umani, sa benissimo che intorno ai loro insediamenti c’è quasi sempre qualcosa di appetibile, e spesso si tratta di bocconcini che non si trovano in natura: una vera festa per un onnivoro. Impossibile tenerlo lontano.
         Il lettino di Eagle sta sul pavimento di legno e la finestra dal vetro fisso va da terra al tetto, proprio dietro il cuscino: è sufficiente, da distesi, alzare un po’ il mento per vedere l’esterno capovolto. Un rumore, un ansito: Eagle gira la testa e fuori dalla finestra, vicinissimo, ecco l’immenso muso dell’orso che col naso tocca il vetro mentre con un occhio e poi con l’altro scruta l’interno della capanna. Lo sguardo giallo sembra fissarsi sul movimento,  l’espressione è un po’ perplessa, come se l’assenza di odore di cibo contraddicesse nozioni precedenti, forse risultato di qualche visita a tende di campeggiatori… Non è il caso di indugiare: una testa di orso larga mezzo metro, ispida e rustica, con quel ghigno che si ritrae per annusare meglio scoprendo zanne lunghe come un piccolo dito, induce a rapide decisioni. Altri due colpi di pistola, speriamo che il trave di abete non crolli, e l’orso galoppa via, questa volta con una lunga sgroppata verso valle, dove il sentiero scompare fra alberi e forre.

venerdì 26 luglio 2013

Crispa 2


Avevamo costruito una stalla per Crispa, una casetta di legno con tetto ventilato, (vuol dire un doppio tetto con una intercapedine d’aria circolante, per tenerla fresca d’estate) –primo tetto ventilato di tutta la proprietà- dotata di mangiatoia, riserva di fieno, mancava solo l’abat-jour vicino al letto. Un amico inglese con cui l’avevamo costruita la battezzò “Crispa’s Palace”, non dico altro. Nel cemento incidemmo la scritta “Crispa 2000” a futura memoria.
Ora, quello che succede in natura quando un asinello neonato viene svezzato –tutte cose scoperte in seguito- è che dopo un po’ di coccole la madre comincia ad ignorarlo, per nulla commossa dalle sue grazie di cucciolo.
Il codice fra asini è semplice: se ti comporti bene, ti ignoro. Se ti comporti male, a seconda della gravità e dell’insistenza, ti toccano spinte, morsetti, morsi e calci. Devo qui ricordare che Crispa aveva ormai più di un anno, pesava duecento chili ed era dotata di quattro gambe motrici, di una testa lunga circa sessanta centimetri posta alla fine di un collo grosso come il mio torace (ma molto più muscoloso). Tutto questo armamentario era controllato da una mentalità adolescenziale ed amorevolmente ribelle che la faceva accettare la cavezza –cioè una specie di redini- ma non l’autorità di chi la teneva in mano. Ecco qua un’altra caratteristica degli asini: accettano l’autorevolezza, cioè la superiorità gerarchica, della persona che dà prova di meritarsela, anche se ci vuole un po’ di tempo; ma ogni singola persona deve dare prova di essere gerarchicamente superiore. Altri animali, i cavalli per esempio, pur facendo distinzioni fra le singole persone e quindi trattandole in modo differenziato, una volta chiarita la questione del ranking, cioè del “grado”, accettano il triste fatto che gli umani sono tutti superiori (odio questa parola, ma almeno è chiara).  Il cavallo, spinto dal suo cavaliere a caricare un nemico rabbiosamente cannoneggiante si slancerà eroicamente fra le fila nemiche fino a farsi uccidere. Un asino non farebbe mai un’idiozia simile. Giunto in vista del pericolo si bloccherebbe e non ci sarebbe verso di farlo procedere. L’asino guarderebbe il suo cavaliere e gli direbbe: “Ascolta, facciamo così: vai avanti tu, che ci tieni tanto. Io ti aspetto qui e quando torni mi trovi sotto quelle piante vicino al torrente. Ciao, buona fortuna.” Con l’asino è una questione personale. E’ un essere intelligente che deve la sua fama di tonto al fatto che non obbedisce pedissequamente agli ordini umani, ma anzi li sottopone al proprio giudizio, ed alcuni li snobba senza diplomazia alcuna.
Eravamo incapaci di controllare Crispa: quando voleva era simpatica e socievole, ma ogni tanto spiccava delle corse pazzesche a velocità impressionante, e dovevi essere assai svelto a mollare la cavezza.  Puntava a razzo verso di me e scartava all’ultimo momento, giusto prima di travolgermi, galoppando e saltando… Allungava il collo e brucava oltre la reticella dell’orto, che è bassa perché serve solo per i cinghiali, facendo strage di insalate e topinambour.  Quando passeggiavamo con lei al seguito era impossibile impedirle di fermarsi quando voleva, o di indurla a fermarsi quando pareva a noi. Direte: un animale naturalmente democratico! Ma temevamo per i bambini in visita, per i fiori, per gli olivi.
Un bel giorno, per fortuna, venne a trovarci Hawk, dal Canada. Hawk era un allevatore di cavalli nell’immenso ranch che aveva in Canada, ed era stato un allievo di Monty Roberts, quel signore che ha sviluppato tecniche estremamente efficaci nella rieducazione di cavalli con traumi o altre difficoltà di comportamento. E’ quello che ha ispirato il libro ed il film “L’uomo che sussurrava ai cavalli”.  Hawk ci ha aperto alla comprensione di alcuni fatti essenziali, come la faccenda del branco e della gerarchia, dei segni con cui l’animale comunica e molte altre cose che saranno molto utili se mai avremo un altro asino. Ha quasi domato Crispa, dovevate vedere che scene. Il primo giorno ci avvicinammo piano al recinto di Crispa, e lei venne veloce fino al cancello. Hawk si fermò una decina di metri prima, e girò sui tacchi tornando verso casa. “Dobbiamo prendere una coperta, e una corda” disse. Si fermò e soggiunse “E’ un segno di mancanza di rispetto, che venga senza essere chiamata. Voi ormai l’avete abituata così, ma io le sono sconosciuto. Io posso esigere rispetto.” Mi sembrava tutto molto logico, ed ero felice di assistere alle successive manovre di Hawk. Con la coperta piegata dietro la schiena si avvicinò tranquillo al cancello, e Crispa, quando se ne accorse, venne subito verso di lui. Ma appena fu ad un metro dal cancello Hawk allungò le braccia oltre e spalancò la coperta, sventolandola ed agitandola in faccia all’asina. Crispa fece un salto indietro e Hawk ritirò la coperta. “Got it? Got who is chief?” le chese con tono fermo e forte. “Capito? Hai capito chi comanda?” Dopodichè entrò e si avvicinò all’asina e le mise la corda sul muso, annodata a cavezza. Tenne la corda in lieve tensione, finchè Crispa non mosse un primo passo: allora allentò e si mosse e lei seguì. Quattro passi dopo, un ciuffo di trifoglio e tarassaco attirò la sua attenzione, e lei vi si diresse tranquilla. Hawk si piazzò, allungò la mano fino ad averla a contatto del muso, obbligandola a seguirlo mentre lui gira sul posto. Come ci spiegò in seguito, quel giro stretto ed obbligato disorienta l’animale e gli fa capire che gli puoi far fare quello che vuoi. Le fa pure dimenticare il trifoglio. Poi riallunga un po’ la corda e riprende a camminare, e Crispa a seguire.
Da allora in poi per circa un anno ogni mattina uno di noi per mezz’ora almeno faceva il training a Crispa, cioè le metteva la cavezza, la faceva camminare, fermare, girare, camminare…. Un impegno assai gravoso.  Quando ci siamo accorti che, pur volendole sempre bene, non eravamo in grado di utilizzarla in alcun modo, abbiamo cercato e cercato ed infine abbiamo scoperto un’organizzazione, Asinomania, che raccoglie asini di varia provenienza e li utilizza per gite sui monti in Abruzzo.  Mi fa ancora male rivedere Crispa che sale sul furgone, so che se ne va per sempre, che non la vedrò mai più.
Per assicurarci che Crispa non finisse a mortadella uno di noi ha seguito il furgone fino in Abruzzo. Telefonate successive ci hanno informati che è felice fra gli asini, finalmente nel suo branco di sogno.

giovedì 25 luglio 2013

Crispa 1


 Crispa 1

Un bel giorno nel corso di una riunione di amici decidemmo che avevamo bisogno di un’asinella. Ancora oggi non capisco bene quale bisogno ne avessimo, ma siccome ero l’unico dei presenti a ricordare precedenti esperienze con animali inutili (ed il lavoro di manutenzione che implicano) e l’entusiasmo era generale mi sembrò meglio appoggiare l’iniziativa piuttosto che contrastarla a colpi di buonsenso: non sempre le argomentazioni sostenute dal buonsenso vengono apprezzate.. In fondo mi piaceva l’idea di andar per boschi con la mia asinella, raccogliere legna e farmi aiutare nei faticosi esboscamenti…. Immagine poetica ma che si rivelò oltremodo illusoria, un po’ come quando fui pastore di pecore, e prima di provarci davvero avevo un’immagine di me stesso danzante sui verdi prati con bianche pecorelle pacifiche, a suonare il flauto….
Vennero divisi i vari compiti, e dell’acquisto dell’asinella furono incaricate due nostre amiche, Bianca e Luna che però vivevano in Sardegna: ma ci facemmo ingenuamente rassicurare dalla promessa di un altro dei presenti che garantì di occuparsi del trasporto via mare (cosa che poi evitò con cura di fare) e la mozione fu approvata, e le due ricercatrici cominciarono a cercare e dopo qualche mese trovarono e comperarono la più deliziosa asinella del circondario, Crispa, e se ne innamorarono proprio come, dicono, succede quasi sempre. In effetti i piccoli asini sono fra i più graziosi animalini che si possano immaginare, viene spontaneo accarezzarli, coccolarli, prenderli in collo, insomma, trattarli come gattini.  Ma l’asino non è un gattino. E’ un animale di branco, con regole di comportamento ben inscritte nel suo corredo psico-biologico: ignorare queste regole va a grave detrimento della sua educazione e di una comunicazione chiara ed efficiente. Insomma, non ci si capisce. Amata e vezzeggiata Crispa cresceva nell’antico e magico Olivario dove fra piante scultoree e querce plurisecolari e praticelli di allegre erbette e chiazze di fiori abitavano già le pecore di famiglia. Quanto a disciplina, zero. Non so se l’asinella fosse consapevole della propria avvenenza, ma certo ne conosceva bene gli effetti seduttivi sulle nostre amiche. Piano piano quei gesti ancillari, quel portare bocconcini prelibati commuovendosi quando Crispa arrivava saltellando all’avvicinarsi della macchina ben presto sviluppò nell’asinella la convinzione che, del branco, lei era l’elemento dominante, in altre parole, era la capa.
Cresci che ti cresci, Crispa fu pronta ad attraversare la grande acqua per affrontare il suo nuovo destino sul continente.
Con spese immense, e svariati certificati medici d’accompagnamento infine il camioncino che la trasportava arrivò quassù dove era in attesa il gruppetto di umani, festanti ed ignari. Crispa si affacciò alla porta posteriore del camion, sorrise conquistandosi l’ammirazione di tutti gli astanti e graziosamente scese la rampetta fino a posare i numerosi zoccoli sull’erba primaverile. Si guardò intorno e battendo le lunghe ciglia sembrò dire: “Ecco il mio nuovo regno. Ecco il mio popolo, che io guiderò verso un glorioso destino asinesco.”

lunedì 1 luglio 2013

Il Cerchio della Legge 9


         Quando la voce dei cacciatori ed artigiani era stata sentita, il Bastone Parlante veniva passato ai Capi del Nord Est, i custodi della Legge, una donna ed un uomo che conoscevano il corpus juris della tribù e le leggi naturali, gli usi e costumi e le grandi leggi che reggevano le stelle.
         I Law Dogs riassumevano i vari punti  di vista e, nel caso che dal Consiglio non fosse emersa una decisione evidente e condivisa, passavano nuovamente il Bastone Parlante ai capi adolescenti. Ognuno aveva nel frattempo avuto modo di acoltare le ragioni degli altri quindici capi, e di evolvere la propria visione qualora qualche nuova ed apprezzabile idea  si fosse  manifestata. Il  Consiglio si riuniva per tutto il tempo necessario a trovare una unanimità di opinioni, e quando, come di solito accadeva, questo si verificava, la proposta diventava legge. In caso contrario veniva stralciata.
         Il cerchio della Legge, prima forma conosciuta di democrazia applicata, ha un immediato riflesso nella vita interiore di ciascuna/o di noi. La genialità dell’idea  è che sedici posizioni sono sufficienti a  rappresentare davvero le nostre persone interiori ciascuna con un ruolo abbastanza definito, ma non sono così tante da creare confusione. Tuttavia occorre aggiungere qualcosa di essenziale, alla descrizione del Cerchio della Legge: un particolare che ben fa intendere la sofisticazione di questa Ruota di Medicina.
         Al centro del cerchio del Consiglio arde un piccolo fuoco da campo. Il fuoco si  chiama Children Fire, il Fuoco dei Bambini e delle Bambine. Vige una regola aurea e sacra, nel Cerchio della Legge: Non si può comunicare, nè dentro nè fuori dal Consiglio, attraverso il Children Fire. I capi e le cape che siedono in qualsiasi posizione non possono comunicare con le cape ed i capi che siedono nella posizione diametralmente opposta.        
         “Gli effetti di questa semplice regola  aurea sono molto interessanti. Cosa succede, in una società, quando i Medicine Singers del Sud Ovest, ad esempio, ovvero coloro che oggi sarebbero i religiosi, trattano direttamente con i Law Dogs del Nord Est, cioè con i tecnici della Legge?”
         Siamo troppo stanchi per tentare una risposta, avvolti nelle nostre coperte a difenderci dal freddo crescente. Swan lo sa benissimo, non si aspetta certo risposte, e tuttavia la forma interrogativa ci sveglia un po’.
Passeggia intorno al fuoco da campo che brilla nella notte californiana. Nel cielo limpido danza il suo cappello quando si gira e parla.
         “ Quando si alleano religiosi e legislatori si genera uno stato confessionale, teocratico, dove le leggi riflettono e proteggono i bisogni delle organizzazioni religiose. E tutti sappiamo quali orribili conseguenze abbiano, nel sociale, queste alleanze.”

La luce del fuoco solletica rami e foglie degli alberi intorno, e per quanto interessante sia l’insegnamento devo lasciare che ad assorbirlo sia il mio inconscio, visto che quello è il suo mestiere: riesco a tenermi sveglio solo perché imtuisco che Swan sta per concludere ed attendo con impazienza che dica “Good night, Dancers!”
         “Dancers!”  La voce di Swan sembra rimbalzare fra le ombre. “Questa notte, quando sarete nel sogno, lasciate che il Cerchio della Legge trovi il suo posto con gli altri insegnamenti che avete ricevuto in questa Danza. E’ compito vostro articolare e ramificare i significati ed i simboli di una delle più antiche e sofisticate Ruote di Medicina che ci sono state tramandate dai nostri, e nostre, Zero Chiefs. Pensate: cosa succede ad una società quando i Capi di guerra si alleano con i produttori? O quando I capi di pace, cioè gli storici, stringono alleanza con i politici?  In questa splendida notte stellata vi è stato dato in dono il sacro insegnamento del Circle of Law, che disegna la mappa che consente di creare una democrazia interiore: e la democrazia interiore è l’unica forma di governo interiore che dia voce ad ognuna delle nostre parti, anche quelle che di solito tacciono, o che sono intimidite da altre parti più aggressive. Ricordate, Dancers: se non vi è equilibrio e rispetto reciproco fra le parti che costituiscono la nostra “personalità” siamo destinati ad esser governati da una dittatura interiore. E’ questo che volete? Good night, Dancers! Domani è il vostro ultimo giorno di Danza. Che il sogno vi sia amico.”
         Swan non si muove mai senza una guardia, in questo caso è Rainbow dai lunghi capelli e portatrice di una pistola al posto della bottiglia di acqua. Mentre noi ci avviciniamo alle rispettive tende che stanno in semicerchio ad un lato del terreno di danza si sente il rombo del quad che si mette in moto, e le nostre insegnamti e cape si dileguano.
         La bocca impastata da due giorni di zero-acqua, la profonda spossatezza di ore ed ore di danza senza cibo ci accompagnano mentre entriamo nei nostri sacchi a pelo, alla ricerca delle invisibili tracce del recente insegnamento, il sacro Cerchio della Legge.